DANIELE FERRINI NOTTE, GIORNO, SERA E ANCORA NOTTE

A distanza di cinque anni dalla diffusione del Covid, è diventato comune indicare quell’evento come frattura temporale tra un prima e un dopo. Ma di quello che accadeva proprio nei mesi di confinamento più restrittivo sembra essersi perso totalmente traccia: della primavera 2020 è rimasto poco nelle memorie personali, l’immaginario è stato totalmente riempito dall’iconografia dei mezzi di informazioni: le mascherine, i reparti di terapia intensiva pieni, le città vuote, gli aggiornamenti quotidiani dei numeri nefasti. Un grosso inconscio rimosso collettivo.
Queste immagini sono proprio riemerse da un oblio a cui le avevo condannate e riportano ai momenti di confinamento più rigido e alle fasi iniziali di allentamento delle restrizioni. Un racconto dell’adattamento antropologico che ha trasformato la socialità umana in quelle settimane. Il quotidiano di quei giorni ha ripreso corpo nelle pose e nelle ritualità del vicinato. Una dimensione che la memoria aveva cancellato e che la fotografia riporta in vita.
La notte come punto di partenza, quando tutti i palazzi si illuminavano e ciascuna finestra si faceva piccolo acquario, un rifugio per accudire i silenzi, le paure, i pensieri di settimane incerte. Quando tutte le tv e le dirette social erano sintonizzate sugli aggiornamenti via via più notturni della Presidenza del Consiglio.
La notte come cesura della ripetitività di giorni di apparente sospensione. Gli abitanti del cortile allargato visibile dalle finestre, nonostante il distanziamento sociale, diventavano familiari grazie allo sguardo fotografico. Riconoscendone la routine, gli affetti, la ripetitività dei gesti quotidiani di una armoniosa danza senza musica. Una atmosfera di sommessa attesa e solitudine iniziale, in cui sono nate sorprendenti nuovi abitudini. In una città di strade svuotate dal traffico e dal trambusto, i balconi si facevano vicoli di una Milano trasformata in paesino verticale e gli edifici si trasformavano in alveari. Ogni finestra una piccola cella che pullulava di vita e di chiacchiere tra balconi, assimilabili da lontano ad un incessante ronzio.
Una nuova normalità sopravvissuta anche nel primo periodo di allentamento delle misure restrittive. Quegli spazi intimi riscoperti quando la vita si era fatta più lenta, diventavano un bozzolo difficile da abbandonare una volta che i ritmi riprendevano a tamburo battente. Ma a mano a mano che il via vai rianimava le strade, la vitalità quei palazzi scemava sempre più. Il ciaccolare diffuso spariva e i terrazzi si svuotavano. Le tende calavano sulla scenografia di quel teatro statico. Lo spazio intimo condiviso di quei mesi si sfaldava, nessuno ormai si affacciava più alla finestra.
La fine di quel periodo eccezionale, in cui in molti hanno messo in moto risorse e soluzioni inaspettate nel mezzo di una emergenza planetaria. Ma a fronte delle promesse di uscirne migliorati, ci siamo ritrovati in un mondo ulteriormente egoista, più disconnessi e isolati di prima.
È ancora notte.

Biografia

Daniele Ferrini è nato nel 1981. Cresciuto a Roma, oggi vive a Milano. Ha conseguito una carriera in ambito ingegneristico, affiancando lo studio della fotografia presso il centro Forma di Milano negli anni 2009-2010. La predisposizione alla curiosità e all’osservazione lo hanno portato a esplorare questo linguaggio come forma di espressione e di ascolto del mondo. L’obiettivo diventa un mezzo per cogliere ciò che si manifesta, ma anche quello che non si vede, che sfugge, che resta in sospeso.
Ha ideato e condotto per sette anni pictures.of.you, il programma radiofonico di Poli.Radio dedicato alla fotografia e ai suoi risvolti culturali, creando uno spazio di dialogo tra immagini, pensieri e racconti. Diventando un punto di riferimento della cultura fotografica tra il 2012 e il 2019.